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Ragazzi violenti, scuole in difficoltà

La scuola oggi si trova ad affrontare una sfida senza precedenti: non deve più solo educare e istruire, ma anche “abitare” il vuoto emotivo di una generazione che vive una contraddizione profonda. I ragazzi di oggi sono costantemente connessi, dicono di avere centinaia e migliaia di “amicizie” virtuali, eppure soffrono di una paradossale solitudine, un isolamento sociale che spesso abbiamo visto degenerare in forme di violenza, sia subita che agita.

La violenza spesso nasce dall’incapacità di dare un nome alle proprie emozioni, la scuola deve diventare una palestra di alfabetizzazione emotiva dove il compito degli insegnanti non è solo trasmettere i saperi, ma intercettare i segnali di disagio dei ragazzi prima che diventino silenzio (ritiro sociale) o urlo (bullismo). Questo vuol dire entrare in classe ed essere presenti per loro, guardarli negli occhi, chiedere con reale interesse come stanno, dedicare del tempo per dialogare con loro attraverso un ascolto reale, attivo. Mettere in secondo piano il “programma” vuol dire mettere in primo piano i ragazzi, renderli adulti attraverso un percorso di conoscenza del sé di cui anche la scuola ne è responsabile.

Oggi i ragazzi vivono di social media, questo vuol dire che sono costantemente in una vetrina di perfezione che spesso alimenta un senso di inadeguatezza. La scuola ha il compito di rompere l’isolamento degli schermi, promuovendo il gruppo-classe come comunità reale e non attraverso le solite ricerche di gruppo, ma viaggi fatti insieme, esperienze extra scolastiche, proporre ai ragazzi di sviluppare progetti insieme e poi fare in modo di realizzarli. Questo lavoro di gruppo, di squadra restituisce ai ragazzi il riconoscimento di se stessi attraverso gli altri, il valore degli altri trasformandoli da estranei o potenziali nemici o bersagli di violenza in compagni di viaggio.

Non dimentichiamo che la violenza è spesso una scorciatoia per gestire la rabbia o l’impotenza. Il compito educativo è mostrare che il conflitto esiste ed è sano, se gestito con la parola. Anche qui la scuola ha il dovere di insegnare a dialogare, a mediare sostituendo lo scontro fisico o il cyberbullismo con il dibattito, il pensiero critico e l’empatia. Imparare a dissentire senza distruggere l’altro è la base della cittadinanza.

Il vero successo formativo oggi non si misura solo nei voti, ma nella capacità di un ragazzo di uscire dal proprio guscio di solitudine e guardare il mondo senza il bisogno di aggredirlo. La scuola deve essere, in definitiva, un luogo dove si impara che la parola è più forte del pugno.

Pedagogista, Rosalba Bratta

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I voti non definiscono il tuo valore.

Credo che tutti noi abbiamo avuto un brutto voto, o un errore segnato in rosso sulla pagina di un quaderno.

E penso che a tutti abbia lasciato una sensazione di fallimento.

Se ancora lo ricordiamo, vuol dire che quel voto, quell’errore, hanno lasciato nella nostra memoria un’emozione negativa, confermando ciò che affermano le neuroscienze: tutto il processo cognitivo è legato alle emozioni che proviamo.

Quando un bambino commette un errore, dobbiamo stare attenti a non farlo sentire incapace o, peggio ancora, fallito.

E soprattutto non dobbiamo lasciarlo nell’errore dicendo:
“Non sai fare niente”
oppure
“Sbagli sempre”.

A nessuno piace sbagliare, perché si sa che quell’errore si tradurrà inevitabilmente in un giudizio e quindi in un voto.

Fino a convincersi di valere quanto quel voto.

Un voto che può rimanere addosso come un macigno pesante, capace di condizionare anche le scelte di vita.

Non dimentichiamo che bambini e ragazzi sono particolarmente sensibili all’immagine di sé che gli adulti restituiscono loro.

Tuttavia, moltissimi insegnanti continuano a scivolare nella trappola del pregiudizio e della diffidenza, pretendendo di piegare gli studenti al sistema scolastico.

Questa profonda mancanza di empatia compromette la capacità di attenzione e concentrazione dei bambini, troppo impegnati a difendersi o a scappare da una prigione in cui faticano ad adattarsi ai tempi e ai modi di fare scuola.

Una prigione che etichetta e svuota l’identità degli alunni.

Mi sono sempre chiesta a cosa servano i colloqui con i genitori, se la domanda classica è sempre la stessa:

“Come va mio figlio in matematica?”
“Come va in italiano?”

E così per ogni disciplina.

Fanno questa domanda perché, se ne facessero una sulla crescita personale ed emotiva dei loro figli, molti insegnanti non saprebbero rispondere.

Perché non li conoscono davvero.

Non hanno mai parlato con loro.
Li hanno solo interrogati.

Non sanno niente di loro.
Li attraversano con lo sguardo come se fossero trasparenti.

Sanno a malapena i loro nomi, ma ricordano perfettamente i loro voti.

Ho sempre desiderato una scuola senza voti.

Una scuola che apra orizzonti e allarghi i confini della mente.

Che incendi di passione, coltivi talenti e valorizzi le differenze.

Adesso questa realtà esiste.

E si chiama Oltrescuola.

Pedagogista, Rosalba Bratta

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Artù, il cane che insegna a scuola

È molto difficile pensare ad un cane in una scuola, soprattutto lasciato libero di interagire spontaneamente con i bambini. Molti pensano che sia pericoloso perché sia i bambini che i cani sono istintivi e potrebbero, in qualche modo, farsi del male a vicenda.

Avere competenze pedagogiche e cinofile aiuta a comprendere che la convivenza tra cani e bambini non solo può esistere, ma dona anche tanti benefici ad entrambi.

Tutto è cominciato con Angelo Vaira e la sua scuola cinofila Thinkdog, grazie a lui sono riuscita a conoscere come comunica un cane e quali sono i suoi bisogni affinché si senta riconosciuto ed appagato nel contesto in cui vive.

La prima cosa che ho fatto è stata quella di creare una relazione autentica con Artù fatta di esperienze vissute insieme per imparare a conoscerci e a comunicare pur avendo linguaggi diversi. Piano piano ho avvicinato Artù ai bambini riuscendo a creare un ponte tra loro e Artù. Non sto parlando di Pet Therapy, ma semplicemente di relazione autentica in cui il rispetto dei rispettivi bisogni crea armonia, serenità e calma.  

La presenza quotidiana di Artù a scuola, accanto ai bambini, regala benessere perché con il suo supporto affettivo incondizionato abbassa il livello di cortisolo e favorisce il rilascio di ossitocina nei bambini. Artù non giudica, perdona, sa stare accanto ai bambini senza chiedere nulla in cambio, non è geloso, sa consolare anche con un solo sguardo. La sua presenza, il suo rispetto verso i bambini li aiuta a fidarsi di lui, a superare le proprie paure e di conseguenza a diventare più sicuri.

Senza rendercene conto, la presenza di Artù a scuola insegna, a tutti, a riconoscere e rispettare i bisogni e i sentimenti altrui, anche quando appartengono ad una specie diversa.

Nella vita di oggi così distratta, frenetica, esigente e competitiva, Artù ci riporta alla lentezza, al rilassamento, all’equilibrio con gesti semplici come una carezza, un abbraccio. I bambini affianco a lui imparano che anche un cane prova delle emozioni, in questo modo sviluppano una reale empatia, cura e responsabilità nei suoi confronti.

In questo modo Artù diventa una presenza educativa, affettiva e relazionale che ci ricorda quanto un legame può essere potente se si costruisce sul rispetto reciproco.

Ora, per favore, non ditemi che Artù è solo un cane!

Pedagogista, Rosalba Bratta

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Viaggio a Torino

Andare con i ragazzi a Torino è stato come costruire un ponte tra gli argomenti che sono stati affrontati in classe e la realtà pulsante del mondo esterno. È stato come far prendere vita alle pagine studiate a scuola: la storia è stata toccata nelle stanze dei musei, la geografia vissuta attraverso gli spostamenti e l’arte si è svelata in una pinacoteca.

Portare i ragazzi fuori dalla scuola è stata un’esperienza che li ha portati a saper leggere il territorio, a confrontarsi con contesti nuovi ed allenare lo sguardo alla curiosità. È così che i ragazzi comprendono che il sapere non è un concetto astratto, ma la chiave per interpretare il mondo che li circonda e capire da dove hanno origine gli eventi che viviamo oggi.

Inoltre, ogni viaggio porta con sé una crescita personale: si impara l’autonomia nel gestire il proprio bagaglio, i tempi degli spostamenti, i propri bisogni, si impara a gestire la convivenza e il rispetto per ciò che è “altro”.

Noi di Oltrescuola non la chiamiamo gita, ma viaggio!

Il viaggio non è solo uno spostamento da un luogo ad un altro, ma un modo per allontanarsi, a volte anche perdersi, per poi ritornare e ritrovarsi più sicuri di prima. Il viaggio ti porta a lasciare alle spalle ciò che è già noto per abbracciare l’ignoto, trasformando ogni esperienza in un pezzo di consapevolezza in più. 

Viaggiare significa spogliarsi dei pregiudizi e guardare attraverso gli occhi degli altri e comprendere che il mondo non finisce dove arriva il nostro sguardo, ma dove decidiamo di fermarci.

Questo è quello che vogliamo far vivere ai ragazzi quando organizziamo un viaggio insieme a loro!

Pedagogista, Rosalba Bratta

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La scuola come primo luogo di cambiamento

Credo che la scuola possa essere il primo vero luogo di cambiamento.

Ogni giorno vedo quanto una parola, uno sguardo o una scelta consapevole possano trasformare un clima di paura in un ambiente di fiducia.

Questo è quello che i ragazzi si aspettano dalla scuola!

Una scuola dove gli insegnanti sappiano ascoltare guardando i ragazzi negli occhi dando priorità ai loro stati d’animo e non ai programmi ministeriali, questo comporta fermarsi per dare il tempo ai ragazzi di aprirsi ad un dialogo autentico nel quale non si sentano giudicati, ma aiutati o semplicemente supportati.

Una scuola che aiuti i ragazzi a comprendere il significato di responsabilità e conseguenza di fronte ad un comportamento non corretto, piuttosto che punirli con una nota o un sei in condotta. La punizione, senza consapevolezza, porta i ragazzi ad un atteggiamento di sfida che li spinge ad andare oltre per vedere se qualcuno riesce a fermarli, a dare un limite, questo per loro significherebbe essere visti, essere guidati.

Si parla tanto di assenza di empatia da parte dei ragazzi, ma a pensarci bene: quanti adulti sono capaci di entrare in empatia con loro? Quanti insegnanti e genitori conoscono realmente le difficoltà dei ragazzi, le loro sofferenze, le loro solitudini, le loro paure? Riconoscerlo non significherebbe essere empatici?

La scuola ha bisogno della collaborazione dei genitori per educare i ragazzi e possiamo averla  solo se i genitori diventano consapevoli e responsabili del loro ruolo, molti ragazzi oggi sono fragili e questa fragilità trova una radice nell’atto educativo dei genitori. La scuola, se qualificata e competente, può creare un dialogo che supporti i genitori e li renda consapevoli del loro ruolo accompagnandoli in un percorso di crescita comune attraverso incontri di formazione, cineforum, colloqui individuali finalizzati al confronto e non al giudizio.

Tutto questo significa costruire, ogni giorno, una cultura del rispetto e della cura reciproca che porterà i ragazzi ad integrarsi nella società con valori autentici.

Non servono grandi sfide, serve tornare alla semplicità dei piccoli gesti quotidiani sia a casa che a scuola!

Pedagogista, Rosalba Bratta

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Ormai siamo tutti BES, DSA, ADHD

Quando la scuola era scuola di vita, quando era lenta, quando rispettava i tempi dei bambini, quando aiutava e non giudicava, i bambini terminavano il percorso scolastico con risultati, chi più chi meno, positivi.

Quando a scuola non c’era l’aspettativa del voto più alto, non c’era la gara a chi finiva prima il programma, non c’erano tanti insegnanti in ogni classe, non c’era l’invadenza del genitore, i bambini erano protagonisti del loro apprendimento.

Quando a casa i genitori erano presenti, quando non programmavano la vita dei figli con mille attività, quando non c’erano gli schermi ad intrattenere i figli, quando la noia era concessa, quando si cenava tutti insieme, i bambini avevano il senso di appartenenza e di base sicura.

Oggi, di fronte alle diverse difficoltà, a volte anche fisiologiche, che i bambini incontrano nel loro processo di crescita, la famiglia e la scuola hanno la tendenza a psicoanalizzarli piuttosto che andare ad indagare la gestione educativa per essere supportati adeguatamente, e gli insegnanti riconoscere le loro difficoltà per essere formati professionalmente.

Mi chiedo come possono le diagnosi aver avuto un’impennata così straordinaria.

E se la diagnosi fosse errata o impropria, o di “comodo”?

Pedagogista Rosalba Bratta

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Open Day – Prima Elementare OltreScuola

Scegliere la scuola: un atto di consapevolezza

📅 Sabato 17 gennaio 2026 – ore 10.00
📍OltreScuola – via Martiri delle Foibe, 1 – Putignano (Ba)

Scegliere la scuola per i propri figli richiede un atto consapevole e responsabile che influenzerà in modo significativo il loro percorso di crescita. Per questo abbiamo deciso di organizzare un secondo Open Day, pensato come momento di confronto e restituzione.

Sarà una mattinata insieme a Rosalba Bratta, fondatrice di OltreScuola, dedicata a chi desidera chiarire gli ultimi dubbi, approfondire alcuni aspetti del nostro progetto educativo pedagogico o semplicemente non ha potuto partecipare alla precedente data.

Sempre più genitori scelgono la nostra realtà perché non cercano solo un bravo insegnante, ma un insegnante con un’alta formazione pedagogica. Una figura capace di riconoscere i bisogni dei bambini per accompagnarli e sostenerli nel loro percorso quotidiano.
Ecco cosa approfondiremo insieme:

La nostra visione pedagogica

La nostra didattica

Il metodo “cognitivo emozionale”

Presentazione degli insegnanti

Il calendario scolastico

Supporto alla genitorialità

Gli ambienti scolastici e i nostri materiali

Testimonianze delle famiglie che stanno vivendo OltreScuola

I costi e le informazioni organizzative

L’Open Day del 17 gennaio sarà un’occasione per guardare, ascoltare, confrontare e scegliere con maggiore consapevolezza la scuola che più rispecchia la vostra visione educativa.

Come partecipare

La partecipazione è gratuita, ma i posti sono limitati.
👉 Per confermare: WhatsApp 346 8285946
👉 Oppure scrivi a info@oltrescuola.it

Vi aspettiamo per raccontarvi chi siamo e come lavoriamo ogni giorno con i bambini.

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Perché è importante parlare di affettività e sessualità sin dalla scuola primaria

Vorrei scrivere una lettera al Ministro Valditara per spiegare quanto sia importante affrontare con serietà e competenza i temi legati all’affettività e alla sessualità sin dalla scuola primaria.
Parlarne non è solo un fatto naturale, ma anche culturale: riguarda la possibilità di apprendere, di costruire consapevolezza, di ricevere informazioni corrette. Ed è proprio per questo che la scuola non può sottrarsi.

Molto spesso, di fronte a questi argomenti, gli adulti scelgono il silenzio.
Un silenzio che però non protegge: crea tabù, genera censure, rallenta e condiziona negativamente i processi di crescita.
Quando il mondo adulto tace, a parlare sono i social. E i social, oggi, rappresentano un ecosistema che troppo spesso trasmette contenuti distorti, superficiali, sbagliati e talvolta inquietanti.

Parlare di sessualità in modo sereno e adeguato all’età consente agli adulti — insegnanti e genitori — di aiutare i bambini e i ragazzi a integrare questo tema nel loro progetto di vita come componente di benessere.
Serve un clima emotivo disteso, un linguaggio chiaro, semplice, positivo.
Serve la presenza dell’adulto che accompagna, ascolta e risponde, invece di lasciare che siano altri a farlo.

Perché, se non saremo noi a parlarne, lo faranno i social al nostro posto.
E lo faranno nel modo peggiore, con il rischio concreto di trasmettere messaggi violenti e profondamente distorti sull’affettività e sulla sessualità.

Affrontare questi temi a scuola non significa anticipare esperienze, ma offrire strumenti. Non significa sostituirsi alla famiglia, ma affiancarla.
Significa garantire ai bambini il diritto di crescere in un contesto che dà parole corrette alle domande che già hanno, e che avranno sempre di più.
La scuola è il luogo dell’educazione e della relazione.
E l’affettività, prima ancora della sessualità, è parte integrante del loro modo di stare al mondo. Ignorarla non la cancella: la rende solo più fragile nelle mani sbagliate.

Pedagogista Rosalba Bratta

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Un’esperienza al Teatro Petruzzelli: quando la bellezza diventa apprendimento

Quando usciamo con i ragazzi dalla scuola non è mai per caso. Ogni uscita, ogni incontro, ogni occasione che viviamo fuori dalle nostre aule nasce dal desiderio di offrire loro un’esperienza che, in qualche modo, possa servire nella vita. Crediamo profondamente che l’educazione non sia confinata tra quattro mura, ma si nutra di ciò che incontriamo: luoghi, persone, emozioni, stupore.
La scelta di portarli al Teatro Petruzzelli di Bari nasce proprio da questo.
Dalla volontà di far prendere consapevolezza ai ragazzi di avere, nel nostro territorio, uno dei teatri più belli del mondo: il quarto più grande d’Italia, un luogo che custodisce storia, arte, cultura e una bellezza capace di lasciare senza parole.
La straordinaria rappresentazione affidata al grande compositore Nicola Piovani ha reso fruibile ai ragazzi l’opera mitologica Il filo di Arianna. Una narrazione antica, cantata dagli attori e accompagnata da un’orchestra dal vivo, con scenografie di una bellezza fuori dall’ordinario.
Un intreccio di musica, voce e immagini che ha permesso ai ragazzi di avvicinarsi al mito attraverso un linguaggio immediato, potente, emotivo.
Osservare i loro volti mentre si emozionavano davanti a tanta immensità è stata la conferma del perché facciamo ciò che facciamo ogni giorno.
È la ricompensa del lavoro costante che portiamo avanti nelle classi sulla bellezza in tutte le sue forme.

Pedagogista Rosalba Bratta

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Ragazzi tra tecnologia e sport

Non sappiamo dove arriveremo nel corso degli anni, ma so per certa che la strada che i ragazzi stanno intraprendendo non li porterà da nessuna parte!
Pensano sempre di meno, riflettono sempre di meno, si scambiano conversazioni per messaggi e si incontrano sui social. Non si fanno più domande, hanno sempre meno interessi personali e culturali e lo sport non ha più i fuoriclasse di una volta. Mancano di attenzione e concentrazione, hanno disturbi dell’umore e stati d’ansia costante. Sono passati da un’identità reale ad una virtuale e ancor peggio a quella proiettiva riuscendo a fatica a distinguere la realtà dalla finzione.
La famiglia, la scuola e tutte le agenzie educative non solo possono, ma hanno il compito di intervenire con consapevolezza per trovare un punto di forza per far fronte a questo scenario.

Rosalba Bratta