Autore: filippo

La scuola ai tempi del coronavirus

Da quando ci hanno detto “state a casa” gli insegnanti hanno cominciato a preoccuparsi del programma organizzando lezioni online e ad assegnare valanghe di compiti ai ragazzi mentre i genitori hanno cominciato ad agitarsi nel vederli fare fatica nello svolgerli in autonomia

Penso che tutto questo non serve a niente!

Forse non ci rendiamo conto che, con questa esperienza, i ragazzi stanno imparando molto più che da sterili compiti mnemonici e valutativi.

Stanno imparando ad affrontare l’imprevisto

Stanno imparando a rinunciare alla libertà

Stanno imparando a rinunciare agli incontri con gli amici

Stanno imparando a vivere la casa

Stanno imparando a gestire l’angoscia

Stanno imparando che la salute è un bene prezioso

Stanno imparando il valore dell’attesa

Stanno imparando il sacrificio per un bene comune

Credo che tutti questi insegnamenti di vita che stiamo vivendo vadano oltre le sterili 30 pagine da studiare e da ripetere a memoria, perché lo studio fatto in questo modo lo dimenticheranno, mentre l’esperienza del coronavirus rimarrà per sempre nella loro memoria!

Andrà tutto bene!

Pedagogista, Rosalba Bratta

17 marzo 2020

La scuola che cambia

Nulla è cambiato da quando esiste la scuola pubblica, si aggiunge soltanto la mole di compiti da fare a casa dopo essere stati 5 ore seduti ad ascoltare passivamente una lezione frontale senza avere la possibilità ed il tempo di fare esperienza sull’argomento e ancor meno avere la possibilità o libertà di esprimere il proprio pensiero.

Lo scenario della scuola di oggi è lo stesso di quello emanato dalla riforma Gentile nel 1923. I banchi, una cattedra e il maestro che parla.

È questa la didattica giusta per l’apprendimento?

Mentre la scuola è rimasta ferma, le neuroscienze sono andate avanti e ci dicono che il modello della lezione tradizionale è sbagliato! L’apprendimento, quello profondo non si fa così perché il cervello non è un contenitore vuoto da riempire di nozioni. Nasciamo con abilità che ci permettono di trarre vantaggio da ciò che facciamo piuttosto che da ciò che ascoltiamo. Anche le scienze pedagogiche ci dicono che non possiamo tenere i ragazzi inchiodati ai banchi per ore ed ore ad ascoltare passivamente una lezione senza accendere la passione e dare una spinta motivazionale, così si impara davvero poco!

OltreScuola va oltre la lezione frontale, la smonta ed applica in aula la didattica del “fare” costruendo la motivazione, mantenendo viva la curiosità e l’entusiasmo al voler apprendere. Si studia e si lavora bene in classe con una metodologia ludico-cognitiva, non diamo compiti a casa per dare il tempo di fare altro.

Mettiamo al centro del processo educativo il ragazzo, le sue passioni, la sua intelligenza e i risultati sono straordinari!

CAMBIAMO LA SCUOLA

"Una cattedra, i banchi, il professore che parla e gli studenti che ascoltano e prendono appunti. È così da quando esiste la scuola pubblica e poi pomeriggi a passare ore e ore a studiare decine di pagine per ogni materia da sottolineare, memorizzare e ripetere alle interrogazioni. Poi finito il diploma in testa non rimane niente, si scorda tutto È questa la didattica giusta per l'apprendimento?"Questa sera a Presadiretta CAMBIAMO LA SCUOLA il racconto della nostra scuola e della sfida di cambiare e rinnovarsi. Un reportage di Riccardo Iacona con Sabrina Carreras Elisabetta Camilleri Pablo Castellani Fabrizio LazzarettiAlle 21.20 su Rai3, non mancate!

Pubblicato da PresaDiretta su Venerdì 28 febbraio 2020

https://www.raiplay.it/video/2020/02/cambiamo-la-scuola—presadiretta-28022020-ad4dde4d-0c40-4030-9dae-db67e8069e6e.html

2 marzo 2020

Psicologia dell’insegnamento

UMBERTO GALIMBERTI

In occasione dell’evento “Dialoghi sull’anima dell’educazione” e sul tema della psicologia dell’insegnamento, Umberto Galimberti ci parla del motivo per cui i ragazzi non sono entusiasti e non provano desiderio, approfondendo anche il ruolo degli insegnanti in questo processo.

25 settembre 2019

Una scuola da rifare

Educazione, ci salverà la scuola parentale

5 settembre 2019

I dati sulla scuola italiana sono drammatici: un adolescente su 3 è analfabeta funzionale e l’abbandono delle scuole superiori è a livelli allarmanti. Ma le risposte che arrivano dagli “esperti”, che puntano quasi esclusivamente sulla tecnologia, possono solo peggiorare la situazione. Perché per educare ci vuole ben altro e nel futuro, solo le scuole parentali saranno in grado di rispondere.

Scuola tutta da rifare “Analfabeta funzionale un adolescente su tre”, così titolava il 3 settembre la Stampa di Torino l’articolo scritto da Maria Berlinguer. Se la premessa pare apocalittica, il contenuto non è da meno, anche se in realtà la sfida lanciata dalla rivista Tuttoscuola, cui l’articolo si ispira, è quella di trasformare la crisi in una opportunità di crescita: «Tra dieci anni saranno un milione e trecentomila gli studenti che diserteranno l’appello del primo giorno di scuola. Il trend demografico parla chiaro. In due lustri il turnover riguarderà il 40% degli insegnanti, che ancora incidono per il 90% sul bilancio del Miur. Un’occasione d’oro per cambiare il volto del sistema formativo a parità di spesa…».

I dati parlano chiaro, e confermano comunque la percezione di uno stato di disfacimento che è avvertito anche da chi non li conosce: il 39% degli italiani nella fascia tra i 25 e i 64 anni non ha un titolo di studio superiore alla terza media. Il 30% è analfabeta funzionale, il doppio rispetto alla media europea (15%). Un analfabeta funzionale è più incline a credere a tutto ciò che legge in maniera acritica, visto che, come certifica Piaac-Ocse (Programme for the International Assessment of Adult Competencies), non riesce a comprendere quello che legge.

I dati Invalsi di quest’anno ci dicono che il 35% degli alunni non è in grado di comprendere un testo in italiano, con un picco del 50% in Calabria. Dati ancora peggiori per l’inglese e la matematica dove le percentuali della non comprensione variano geograficamente dal 32% del Nord al 56% di Sud e isole. Negli ultimi vent’anni 3 milioni e mezzo di studenti su 11 hanno lasciato la scuola secondaria superiore. Un’emorragia che è costata cara anche in termini economici. In ogni caso la spesa per l’istruzione è scesa dal 5,5% del Pil del 1990 al 3,9 del 2016, la media Ue è del 4,7. A questi dati si aggiungono quelli relativi agli episodi di bullismo in costante crescita, al discredito sociale (ed economico) cui sono sottoposti gli insegnanti, spesso vittime anch’essi di violenza da parte di alunni e genitori (!), alla diffusa e profonda demotivazione della maggior parte degli alunni, anche di quelli che tutto sommato “vanno bene”.

La scuola è tutta da rifare, è vero. Il problema è che la cura proposta, anziché risanare l’organismo, finirebbe per aggravare ulteriormente la malattia sino ad uccidere il paziente. Il ragionamento portato avanti è questo: secondo le proiezioni Eurostat, rielaborate dalla Fondazione Agnelli, fatto 100 il numero di studenti italiani tra i 6 e i 16 anni del 2015, nel 2030 scenderanno a 85. Dunque, ipotizzando di mantenere costante la spesa per l’istruzione, «si può immaginare di rivoluzionare il sistema scolastico che, al di là delle riforme, è ancorato a un modello del secolo scorso».

Rivoluzionarlo in che senso? È presto detto: «Tutti sono concordi nel sostenere che il cervello si sviluppa nei primi 5 anni di età. Dunque il calo dei bimbi può trasformare in tempo pieno quel 10% di classi antimeridiane. O magari portare nelle periferie i futuri insegnanti. La globalizzazione delle economie e delle tecnologie comporterà la globalizzazione dei sistemi informativi. L’Italia è pronta a questa rivoluzione?». E allora vai con robotica e nuove tecnologie a go-go!

Non si capisce, o non si vuole ammettere, che la malattia da cui è afflitto il nostro sistema di istruzione si chiama statalismo, e che la crisi profondissima che attanaglia la scuola altro non è che il riflesso della crisi dell’intera società, infarcita di vuoti slogan e ancorata, a dispetto di ogni evidenza, all’idea delle “magnifiche sorti e progressive”, in una generale glorificazione del progresso e di parole d’ordine ad esso legate, come soluzione di tutti i problemi nonché portatore di insperata e universale felicità. Robotica e tecnologia, appunto, ma non solo…

Da questo punto di vista, pare inevitabile che ne segua le sorti, andando incontro ad un irreversibile declino. Questa scuola statalista, sindacalizzata, smarrita nei meandri della burocrazia, infarcita di slogan e incombenze che nulla hanno a che fare con una vera e integrale crescita della persona, è da rifare, ma prima deve finire di implodere, deve esaurire il proprio ciclo di autodistruzione.

Può sembrare un discorso fantascientifico o quantomeno esagerato, ma in un mondo come il nostro, molto simile a quello che vide la fine dell’Impero Romano con l’arrivo dei barbari, il futuro della scuola, analogamente al futuro di questa società, si chiama scuola parentale, che insieme all’homeschooling rappresenta la scelta di una famiglia, o di un gruppo di famiglie, di provvedere autonomamente all’istruzione dei propri figli (l’insegnamento può essere impartito anche dagli stessi genitori, oppure da educatori privati. La possibilità di educare i propri figli a casa o in una scuola parentale è garantita dalla Costituzione).

Non scuola paritaria, perché questa è tale proprio perché legata a doppio filo alla statale, dovendone in qualche misura – purtroppo crescente – replicare modelli e funzionamento. Quando la scuola statale avrà esaurito il proprio ciclo, si potrà contare solo (o quasi) su una scuola totalmente libera, realizzata da singole famiglie o piccole aggregazioni di esse, appassionate alla cura e alla educazione dei propri figli, desiderose di trasmettere loro le conoscenze e le esperienze che la storia dell’umanità ci ha consegnato, per ritrovare le proprie origini, radici e identità.

Esistono già esperienze così, ma sono residuali e spesso guardate con sospetto, perché nella smania di iper-regolamentare tutto che attanaglia la nostra società, sembrano sfuggire al controllo e non garantire quei parametri di formazione che servono allo sviluppo dell’economia.

Si tratta, mi rendo conto, di uno scenario estremo, ma molti segnali sembrano confermare che questa è la direzione verso cui siamo incamminati. Uno scenario drammatico e sicuramente non indolore, ma è questo il prezzo da pagare per una umanità che pare aver perso la bussola, il senno, e con esso la capacità e il desiderio di educare.

Tratto da “lanuovabq.it”

Marco Lepore

Daniele Novara e la scuola Maieutica

Secondo Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza, la scuola è oggi molto lontana da ciò che dovrebbe essere. Lezioni, compiti, verifiche e voti, ecco come è la scuola oggi. È incentrata sul docente, che nel corso dell’anno deve attenersi a un programma ben preciso. Non c’è molto spazio per l’esuberanza dei bambini in una scuola così. Daniele Novara la chiama “scuola del controllo”, con obiettivi e competenze da raggiungere: le attività in classe sono organizzate di conseguenza. La logica è la stessa delle aziende: ciò che conta è la produttività, declinata nella scuola in verifica, interrogazione, e, di conseguenza, voto.
Per Novara questa scuola non aiuta davvero i ragazzi a crescere e andrebbe riformata ispirandosi all’esperienza montessoriana. È necessario quindi abbandonare il modello attuale e perseguire invece una scuola dell’apprendimento, caratterizzata dalla centralità degli alunni e del gruppo classe. Il focus dell’insegnamento non deve più essere il programma, a cui i ragazzi devono adattarsi, a volte anche con fatica, ma il punto di partenza di ciascuno studente: le verifiche non devono valutare il risultato raggiunto, quanto piuttosto il progresso fatto da ciascun ragazzo.
Le pratiche inerziali
Come dare origine a questo cambiamento? Intanto “togliendo” ovvero – dice Novara – eliminando tutte quelle consuetudini e quelle pratiche che “nella scuola si ripetono senza reali motivazioni pedagogiche o di organizzazione dei processi dell’apprendimento, senza intenzionalità metodologica, che sono comparse senza che si sappia chi le abbia introdotte e perché, e che continuano a vivere all’infinito solo perché si è sempre fatto così”. Sono quelle che lui chiama “pratiche inerziali”. Quali sono?

  1. La lezione.
  2. La nota.
  3. La campanella.
  4. Il cortile piatto.
  5. L’intervallo nei banchi.
  6. La disposizione dei banchi.
    In verità da nessuna parte è scritto che la scuola debba essere così. Prendiamo a esempio la campanella, dice Novara: “… Tu sei nel pieno del lavoro, hai preparato, avviato, sei al clou e… suona la campanella. Non ha senso. Cosa ha a che fare con l’apprendimento? Dobbiamo costruire il tempo sul lavoro, non sulla campanella”. Fa parte della stessa inerzia anche la disposizione dei banchi: “L’apprendimento lo attiva la bidella il pomeriggio, che sistematicamente rimette in fila i banchi”, spiega Novara, “È l’insegnante che deve disporre lo spazio in funzione dell’apprendimento, non la bidella”
    Cambiare la scuola si può
    Da almeno 100 anni, scrive Novara nel suo nuovo libro Cambiare la scuola si può, la scuola italiana è impostata allo stesso modo. Nulla si muove: l’insegnante consegna agli allievi un corpus di conoscenze attraverso la lezione frontale e i ragazzi imparano con lo stesso metodo delle generazioni precedenti. In realtà ormai sappiamo che non è l’ascolto passivo che permette l’apprendimento, ma l’applicazione. Per Novara la scuola non dovrebbe basarsi sul nozionismo ma su un metodo “maieutico” che pone al centro la scuola come comunità di apprendimento: una comunità dove si impara dai compagni, si sperimenta, si fanno domande, si sbaglia e ci si diverte. Anche i genitori sono chiamati a partecipare a questo cambiamento. La scuola, infatti, non può avere paura di quei genitori che sono sensibili alla crescita e all’educazione dei loro figli.

Manifesto della scuola che verrà
Ed ecco il Manifesto della Scuola che verrà secondo Daniele Novara: una e vera e propria comunità di apprendimento, dove ciascuno, ragazzi e insegnanti, dà il suo contributo.
• Si impara dai compagni: la scuola ha necessità di un clima osmotico, la gita va fatta a inizio anno per creare il clima, non a fine anno come premio
• Si impara con le domande: non quelle che cercano la risposta esatta, ma quelle maieutiche che attivano la voglia di scoprire
• Si impara nel laboratorio: l’alternativa alla lezione frontale è il laboratorio
• Si impara sbagliando: serve una valutazione evolutiva che tenga conto del punto di partenza e dei progressi fatti. Non degli errori
• Si impara con l’insegnante che fa da regista: gli insegnanti devono fare lavorare i ragazzi
• Si impara divertendosi: la didattica creativa accompagna alla scoperta. Ai ragazzi bisogna chiedere: “muovetevi, siate attivi“.

MyEdu.it, 28 marzo 2019