Daniele Novara e la scuola Maieutica

Apr 23, 2019 Senza categoria

Secondo Daniele Novara, pedagogista e fondatore del Centro Psicopedagogico per l’educazione e la gestione dei conflitti di Piacenza, la scuola è oggi molto lontana da ciò che dovrebbe essere. Lezioni, compiti, verifiche e voti, ecco come è la scuola oggi. È incentrata sul docente, che nel corso dell’anno deve attenersi a un programma ben preciso. Non c’è molto spazio per l’esuberanza dei bambini in una scuola così. Daniele Novara la chiama “scuola del controllo”, con obiettivi e competenze da raggiungere: le attività in classe sono organizzate di conseguenza. La logica è la stessa delle aziende: ciò che conta è la produttività, declinata nella scuola in verifica, interrogazione, e, di conseguenza, voto.
Per Novara questa scuola non aiuta davvero i ragazzi a crescere e andrebbe riformata ispirandosi all’esperienza montessoriana. È necessario quindi abbandonare il modello attuale e perseguire invece una scuola dell’apprendimento, caratterizzata dalla centralità degli alunni e del gruppo classe. Il focus dell’insegnamento non deve più essere il programma, a cui i ragazzi devono adattarsi, a volte anche con fatica, ma il punto di partenza di ciascuno studente: le verifiche non devono valutare il risultato raggiunto, quanto piuttosto il progresso fatto da ciascun ragazzo.
Le pratiche inerziali
Come dare origine a questo cambiamento? Intanto “togliendo” ovvero – dice Novara – eliminando tutte quelle consuetudini e quelle pratiche che “nella scuola si ripetono senza reali motivazioni pedagogiche o di organizzazione dei processi dell’apprendimento, senza intenzionalità metodologica, che sono comparse senza che si sappia chi le abbia introdotte e perché, e che continuano a vivere all’infinito solo perché si è sempre fatto così”. Sono quelle che lui chiama “pratiche inerziali”. Quali sono?

  1. La lezione.
  2. La nota.
  3. La campanella.
  4. Il cortile piatto.
  5. L’intervallo nei banchi.
  6. La disposizione dei banchi.
    In verità da nessuna parte è scritto che la scuola debba essere così. Prendiamo a esempio la campanella, dice Novara: “… Tu sei nel pieno del lavoro, hai preparato, avviato, sei al clou e… suona la campanella. Non ha senso. Cosa ha a che fare con l’apprendimento? Dobbiamo costruire il tempo sul lavoro, non sulla campanella”. Fa parte della stessa inerzia anche la disposizione dei banchi: “L’apprendimento lo attiva la bidella il pomeriggio, che sistematicamente rimette in fila i banchi”, spiega Novara, “È l’insegnante che deve disporre lo spazio in funzione dell’apprendimento, non la bidella”
    Cambiare la scuola si può
    Da almeno 100 anni, scrive Novara nel suo nuovo libro Cambiare la scuola si può, la scuola italiana è impostata allo stesso modo. Nulla si muove: l’insegnante consegna agli allievi un corpus di conoscenze attraverso la lezione frontale e i ragazzi imparano con lo stesso metodo delle generazioni precedenti. In realtà ormai sappiamo che non è l’ascolto passivo che permette l’apprendimento, ma l’applicazione. Per Novara la scuola non dovrebbe basarsi sul nozionismo ma su un metodo “maieutico” che pone al centro la scuola come comunità di apprendimento: una comunità dove si impara dai compagni, si sperimenta, si fanno domande, si sbaglia e ci si diverte. Anche i genitori sono chiamati a partecipare a questo cambiamento. La scuola, infatti, non può avere paura di quei genitori che sono sensibili alla crescita e all’educazione dei loro figli.

Manifesto della scuola che verrà
Ed ecco il Manifesto della Scuola che verrà secondo Daniele Novara: una e vera e propria comunità di apprendimento, dove ciascuno, ragazzi e insegnanti, dà il suo contributo.
• Si impara dai compagni: la scuola ha necessità di un clima osmotico, la gita va fatta a inizio anno per creare il clima, non a fine anno come premio
• Si impara con le domande: non quelle che cercano la risposta esatta, ma quelle maieutiche che attivano la voglia di scoprire
• Si impara nel laboratorio: l’alternativa alla lezione frontale è il laboratorio
• Si impara sbagliando: serve una valutazione evolutiva che tenga conto del punto di partenza e dei progressi fatti. Non degli errori
• Si impara con l’insegnante che fa da regista: gli insegnanti devono fare lavorare i ragazzi
• Si impara divertendosi: la didattica creativa accompagna alla scoperta. Ai ragazzi bisogna chiedere: “muovetevi, siate attivi“.

MyEdu.it, 28 marzo 2019

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