Mese: Maggio 2026

_

I voti non definiscono il tuo valore.

Credo che tutti noi abbiamo avuto un brutto voto, o un errore segnato in rosso sulla pagina di un quaderno.

E penso che a tutti abbia lasciato una sensazione di fallimento.

Se ancora lo ricordiamo, vuol dire che quel voto, quell’errore, hanno lasciato nella nostra memoria un’emozione negativa, confermando ciò che affermano le neuroscienze: tutto il processo cognitivo è legato alle emozioni che proviamo.

Quando un bambino commette un errore, dobbiamo stare attenti a non farlo sentire incapace o, peggio ancora, fallito.

E soprattutto non dobbiamo lasciarlo nell’errore dicendo:
“Non sai fare niente”
oppure
“Sbagli sempre”.

A nessuno piace sbagliare, perché si sa che quell’errore si tradurrà inevitabilmente in un giudizio e quindi in un voto.

Fino a convincersi di valere quanto quel voto.

Un voto che può rimanere addosso come un macigno pesante, capace di condizionare anche le scelte di vita.

Non dimentichiamo che bambini e ragazzi sono particolarmente sensibili all’immagine di sé che gli adulti restituiscono loro.

Tuttavia, moltissimi insegnanti continuano a scivolare nella trappola del pregiudizio e della diffidenza, pretendendo di piegare gli studenti al sistema scolastico.

Questa profonda mancanza di empatia compromette la capacità di attenzione e concentrazione dei bambini, troppo impegnati a difendersi o a scappare da una prigione in cui faticano ad adattarsi ai tempi e ai modi di fare scuola.

Una prigione che etichetta e svuota l’identità degli alunni.

Mi sono sempre chiesta a cosa servano i colloqui con i genitori, se la domanda classica è sempre la stessa:

“Come va mio figlio in matematica?”
“Come va in italiano?”

E così per ogni disciplina.

Fanno questa domanda perché, se ne facessero una sulla crescita personale ed emotiva dei loro figli, molti insegnanti non saprebbero rispondere.

Perché non li conoscono davvero.

Non hanno mai parlato con loro.
Li hanno solo interrogati.

Non sanno niente di loro.
Li attraversano con lo sguardo come se fossero trasparenti.

Sanno a malapena i loro nomi, ma ricordano perfettamente i loro voti.

Ho sempre desiderato una scuola senza voti.

Una scuola che apra orizzonti e allarghi i confini della mente.

Che incendi di passione, coltivi talenti e valorizzi le differenze.

Adesso questa realtà esiste.

E si chiama Oltrescuola.

Pedagogista, Rosalba Bratta

_

Artù, il cane che insegna a scuola

È molto difficile pensare ad un cane in una scuola, soprattutto lasciato libero di interagire spontaneamente con i bambini. Molti pensano che sia pericoloso perché sia i bambini che i cani sono istintivi e potrebbero, in qualche modo, farsi del male a vicenda.

Avere competenze pedagogiche e cinofile aiuta a comprendere che la convivenza tra cani e bambini non solo può esistere, ma dona anche tanti benefici ad entrambi.

Tutto è cominciato con Angelo Vaira e la sua scuola cinofila Thinkdog, grazie a lui sono riuscita a conoscere come comunica un cane e quali sono i suoi bisogni affinché si senta riconosciuto ed appagato nel contesto in cui vive.

La prima cosa che ho fatto è stata quella di creare una relazione autentica con Artù fatta di esperienze vissute insieme per imparare a conoscerci e a comunicare pur avendo linguaggi diversi. Piano piano ho avvicinato Artù ai bambini riuscendo a creare un ponte tra loro e Artù. Non sto parlando di Pet Therapy, ma semplicemente di relazione autentica in cui il rispetto dei rispettivi bisogni crea armonia, serenità e calma.  

La presenza quotidiana di Artù a scuola, accanto ai bambini, regala benessere perché con il suo supporto affettivo incondizionato abbassa il livello di cortisolo e favorisce il rilascio di ossitocina nei bambini. Artù non giudica, perdona, sa stare accanto ai bambini senza chiedere nulla in cambio, non è geloso, sa consolare anche con un solo sguardo. La sua presenza, il suo rispetto verso i bambini li aiuta a fidarsi di lui, a superare le proprie paure e di conseguenza a diventare più sicuri.

Senza rendercene conto, la presenza di Artù a scuola insegna, a tutti, a riconoscere e rispettare i bisogni e i sentimenti altrui, anche quando appartengono ad una specie diversa.

Nella vita di oggi così distratta, frenetica, esigente e competitiva, Artù ci riporta alla lentezza, al rilassamento, all’equilibrio con gesti semplici come una carezza, un abbraccio. I bambini affianco a lui imparano che anche un cane prova delle emozioni, in questo modo sviluppano una reale empatia, cura e responsabilità nei suoi confronti.

In questo modo Artù diventa una presenza educativa, affettiva e relazionale che ci ricorda quanto un legame può essere potente se si costruisce sul rispetto reciproco.

Ora, per favore, non ditemi che Artù è solo un cane!

Pedagogista, Rosalba Bratta